I TORNEI E I GIOCHI

Panatta: «Nella vita non si bluffa. Vincono solo quelli bravi»
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di Gabriella Mancini, da la Gazzetta dello Sport del 09 dicembre 2009

Adriano Panatta, che ha raccontato la sua vita nella biografia «Più dritti che rovesci», oggi si occupa dell'organizzazione di eventi sportivi e quando ha una pausa si piazza davanti al computer e gioca volentieri per una mezzoretta al texas hold'em. «Non sono mai stato un grande giocatore di carte — racconta il popolare campione di tennis degli anni Settanta —, ma il texas hold'em mi diverte perché lo vivo come uno sport. Niente a che vedere con giocatori dall'aria vissuta in luoghi fumosi pieni di portacenere e bicchieri di whisky: oggi ci sono tanti giovani che giocano. Molti ne hanno fatto anche un mestiere alternativo, si dividono anche su tanti tavoli. Sono velocissimi. Si vede che sono cresciuti a pane e computer». E lei com'è cresciuto «A pane e salame».

Come ha cominciato «E' stato mio figlio, che ha aperto un sito (smashpoker), a farmelo conoscere. Sul web il poker sportivo è il più grosso fenomeno socioeconomico degli ultimi anni. Mi piace anche perché c'è una buona regolamentazione: si punta un tot, anche 50 centesimi, e si gioca. I Monopoli di Stato stanno facendo bene perché prevengono storture incoraggiando i siti legali, quelli .it, oscurando quelli che hanno sede all'estero, i .com». Quali caratteristiche deve avere un giocatore di hold'em «Il coraggio, la pazienza e non deve essere curioso: se vuoi andare a vedere e non hai le carte valide perdi». Chi o che cosa la irrita «Quelli che non sanno giocare e hanno una gran fortuna. Che ne so, io ho un asso e un kappa, l'altro ha il jack e un 8, a me non arriva una carta e l'altro fa coppia con F8. Mi viene un nervoso... Comunque solo con la fortuna non si vince, alla lunga vince chi sa». Le piace bluffare Ride. «Beh, on line non serve. Ma in generale no. E' importante capire chi hai davanti, questo sì. C'è chi si mette gli occhiali scuri, i cappelli da cowboy, la bandana per non fare capire ciò che pensa, ma il grande bluff secondo me non funziona. E' una forma di aggressività che rilancia aggressi- vita e alla fine ti scoprono». Tutti personaggi molto tosti». E nella vita «No».

Conosce Max Pescatori «Non di persona, indirettamente sì. Penso che ci sentiremo presto perché so che lui vuole sfidarmi a tennis e io a poker». Per gioco, quali campioni inviterebbe al tavolo «Jury Chechi di sicuro. Abbiamo organizzato insieme una manifestazione in una scuola di Anzio e ci siamo visti prima perché voleva allenarsi all'hold'em. Eh, eh — sorride — gli abbiamo insegnato noi». E poi «Francesco Totti, so che gioca. Federica Pellegrini, José Mourinho e i fratelli Bergamasco. vita e alla fine ti scoprono». Tutti personaggi molto tosti». E' vero che una volta, al Foro Italico, sentì un boato mentre era in battuta, interruppe il servizio e chiese chi aveva segnato della Roma? «Sì, ho sempre avuto un rapporto di complicità con il pubblico. Per me era normale». In ritiro si giocava a carte «Il nostro grande tecnico Mario Berardinelli, che ci guidò alla vittoria della Coppa Davis nel '76, era un grande giocatore di Teresina, una forma di poker scoperto. Lui ci insegnò, ma io non ho mai giocato. Mi raccontava che dopo la guerra, con la Teresina manteneva tre famiglie di amici a Napoli». Nel libro, edito da Rizzoli, racconta l'incontro con sua moglie Rosaria: amore a prima vista.

Oggi ha tre figli. Si ritiene un uomo fortunato «Sì, è tutto vero, non c'è nulla di romanzato». Una vita vissuta intensamente. Rifarebbe tutto «Odio i discorsi moralistici. Se fosse possibile non rifarei tante cose, riavvolgerei il nastro e le affronterei in modo diverso». Per esempio «Gliene dico tre. Non avrei preso una fabbrica, negli anni Settanta, che mi ha fatto perdere un sacco di soldi. Rigiocando con la testa di oggi non avrei mai perso contro Dupre a Wimbledon: a match in corso pensavo di avere già vinto e fu il più grande errore della mia vita sportiva. Non avrei dato fiducia a persone infami che non se la meritavano. Vorrei tornare indietro, ma non si può».